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Requisiti morali per gli Agenti

La Legge n. 204/85 – oggi riformata – e il relativo decreto ministeriale 21 agosto 1985 imponevano, sino all'8 maggio scorso, l'iscrizione al ruolo Agenti e Rappresentanti di commercio. L'articolo 74 del d.lg. n. 59/2010 in vigore dall'8 maggio 2010, ha disposto, a decorrere da tale data, l'abrogazione del ruolo previsto per gli Agenti di commercio presso le Camere di Commercio.

La dichiarazione di inizio attività funge ora da nuova modalità di accesso, abolendo formalmente il ruolo degli Agenti, ma resta la necessità di possedere determinati requisiti imprescindibili per l’attività.In questa sede analizziamo alcune fattispecie che possono, anche in caso di regolare iscrizione da parte degli associati, portare all'esclusione e/o cancellazione da tali registri.
Si tratta dei cosiddetti “requisiti morali” che un cittadino deve avere per attuare l’iscrizione (e quindi il mantenimento) nei suddetti registi.Le normative nazionali prevedono che il soggetto non debba essere interdetto né inabilitato.
Nel primo caso, il soggetto si troverebbe in condizioni di infermità di mente rendendolo incapace di provvedere ai propri interessi.

La ragione della esclusione di tale soggetto consiste nel fatto che il soggetto non possa compiere alcun atto giuridico, né di ordinaria, né di straordinaria amministrazione (la sua posizione è infatti equiparata a quella del minore).

Nel caso dell’inabilitato, al soggetto viene riconosciuta una parziale esclusione della capacità di agire, che porta quindi alla esclusione della possibilità, per il soggetto, di compiere atti che vadano oltre all'ordinaria amministrazione, dovendo in questo caso essere assistito da un curatore. Inoltre il soggetto, non deve essere sottoposto a misure di prevenzione contro la delinquenza mafiosa e non deve risultare condannato con sentenza passata in giudicato, per determinati delitti, quali:

delitti contro la pubblica amministrazione,
delitti contro l'amministrazione della giustizia,
delitti contro la fede pubblica,
delitti conto l'economia pubblica, l'industria ed il commercio,
delitto di omicidio volontario, furto, rapina, estorsione, truffa, appropriazione indebita, ricettazione e per ogni altro delitto non colposo per il quale la legge commini la pena della reclusione non inferiore, nel minimo, a due anni e, nel massimo, a cinque anni salvo che non sia intervenuta la riabilitazione penale.

Non tutte le condanne penali comportano le conseguenze della impossibilità di esercitare la professione; ciò vale solamente per i delitti di maggiore rilevanza con riferimento alla tipologia di attività dell’Agente di commercio.
 Va specificato quindi come determinati reati (quelli di cui sopra) siano particolarmente controindicati per l'Agente di commercio.

Va da sé che un soggetto che si sia reso responsabile, ad esempio, dei reati di truffa ovvero di appropriazione indebita, in particolare nelle forme aggravate dall’abuso “di autorità o di relazioni domestiche, ovvero con abuso di relazioni di ufficio, di prestazione d’opera, di coabitazione, o di ospitalità” (art. 61 n. 11 C.P.) possa essere considerato non degno di esercitare la professione di Agente o Rappresentante di commercio.

Vale la pena rappresentare,come anche la definizione del processo mediante “applicazione della pena su richiesta” (il cosiddetto patteggiamento) implicherà le stesse conseguenze del caso in cui il reato sia stato accertato a seguito di dibattimento. Nessun soggetto deve operare in violazione dei precetti penali, ed è assolutamente necessario prestare attenzione ai comportamenti che, a volte, l’Agente può porre in essere in maniera assolutamente “involontaria” o addirittura “fidandosi” delle direttive (solitamente verbali) delle proprie controparti.

Esempio tipico di contenzioso che può, portare a sentenze di condanna per appropriazione indebita, si presenta quando l’Agente (pur in accordo con la preponente) effettua incassi per contanti, rilasciando quietanza al cliente, ma non ricevendo analoga ricevuta dalla propria mandante.

Non sono mancati casi in cui la mandante non abbia poi versato alcunché e l’Agente, per svariati motivi e per non perdere la propria occupazione, non abbia fatto caso a tali mancanze (confidando in un saldo alla conclusione del rapporto) e si sia trovato denunciato e licenziato nel momento in cui la ditta aveva deciso di chiudere il rapporto con l’Agente imputando allo stesso il mancato versamento delle somme incassate.

Tutto questo a dimostrazione che, fermo il rispetto delle regole, è necessario prestare molta attenzione a comportamenti che, in prima battuta, potrebbero sembrare leciti e inappuntabili nei confronti della propria mandante.

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